I miei 100 giorni da Consigliere federale

Che sia un segno del destino? I miei primi cento giorni da Consigliere federale cadano il 9 febbraio, data simbolica della storia Svizzera. Quello stesso giorno del 2014 Popolo e Cantoni accolsero l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, che avrebbe messo fine alla via bilaterale con l’Unione europea (UE).  Avrebbe, ma il Parlamento scelse di non applicare alla lettera l’articolo costituzionale e nessuno si oppose con il referendum. Il destino mi ha portato oggi ad essere Ministro degli Esteri, responsabile proprio di quel dossier. Un dossier bollente e senza tregua in questi primi 100 giorni.

Dopo il NO del 1992 all’adesione allo Spazio Economico Europeo (SEE), la Svizzera trovò un suo modo per regolare i propri rapporti con gli Stati dell’UE: la cosiddetta “via bilaterale”. Dal 2002 questa via è entrata in vigore e gli accordi sono stati regolarmente aggiornati e approvati dal popolo, garantendoci 16 anni di prosperità e sicurezza. Il nostro mercato è troppo piccolo per vendere ciò che produciamo; perciò l’accesso al mercato UE di 500 milioni di consumatori è fondamentale per la nostra prosperità. Ogni moneta di 2 franchi che abbiamo nel borsellino è legata per 60 centesimi a questi accordi. Naturalmente sviluppiamo anche l’accesso a mercati extra-europei come il sudest asiatico e la Cina, ma le nostre imprese lavorano da generazioni con i Paesi limitrofi, con cui condividiamo lingua e cultura. Nella sola Lombardia esportiamo tanto quanto in tutto il Giappone e ogni giorno scambiamo prodotti con l’UE per un miliardo di franchi, tanto quanto con l’Indonesia (grande come metà UE) in un anno intero. Come riuscire dunque ad adeguare i nostri contratti con l’UE, garantendo al contempo la nostra autonomia? Trovare il giusto equilibrio tra l’accesso al mercato UE e la sovranità elvetica è la difficile missione che mi ha investito.

L’ “accordo quadro istituzionale” è il nome del contratto d’accesso al mercato UE, che stiamo trattando da quattro anni con Bruxelles senza ancora riuscire a trovarsi. Le due parti difendono con tenacia i propri interessi. Per noi si tratta di accedere al mercato UE senza perdita di autonomia politica: nessuna ripresa automatica del diritto UE e nessun giudice straniero per tranciare sulla parte comune del contratto. Inoltre vogliamo misure a protezione del mercato del lavoro. L’UE vuole che nel suo mercato valgano le stesse regole per tutti. E’ un po’ come una partita di calcio: chi vuole giocare deve rispettare le regole della federazione calcistica. In questa linea sottile che separa il diritto svizzero da quello dell’UE si gioca la “partita”. Con tanto di tifoserie che strepitano e lanciano oggetti sul campo. Una partita che dura da quattro anni, con azioni di melina da ambo i lati. E’ il momento di agire. Perciò ho scelto un nuovo capitano per la squadra elvetica: il ticinese Roberto Balzaretti, responsabile della tattica di gioco. Ricompattiamo la squadra e prendiamo la palla. Se ci riusciamo bene, altrimenti il 2019 ci costringerà alla panchina: in quell’anno ci sono elezioni sia nell’UE che in Svizzera. E si ripartirà solo nel 2020.

Ma nel frattempo il mondo non si ferma e l’incertezza giuridica potrebbe far emigrare aziende che creano benessere e posti di lavoro. Un antico proverbio cinese dice che “imparare è come remare controcorrente: se smetti, torni indietro”.  Noi invece vogliamo andare avanti. Ma non firmeremo nulla che non sarà convincente! E il popolo avrà sempre l’ultima parola.